⚖️ Il problema del perché


Si è iniziato alla grande, durante il covid, da parte del pensiero dominante, con le derisioni e il categorizzare come no-vax e anti-scienza tutti coloro che solo osavano chiedersi qualcosa.

Ora si è fatto un salto di qualità. Ogni santissima volta che qualcuno pone sul tavolo il tema del perché di questa guerra (ossia quando qualcuno cerca “spiegazioni” e non “giustificazioni” per chicchessia), gli vengono opposte fondamentalmente due argomentazioni che sarebbero divertenti se non fossero usate seriamente.

Il primo giro di danza è costituito dalla celebre e sempre verde aria: “Qui si tratta del fatto che c’è un ‘invasore’ e un ‘invaso’” detto con una certa aggressività. Su questo, oltre a far notare che è tanto ridondante da sconfinare con il pleonasmo, aggiungo solo che oltre agli ‘invasori’ e gli ‘invasi’ ci sono anche gli ‘invasati’, alla stregua di Boris Jonson e allegra brigata.

Da questo primo gioiello di sapienza, si passa poi alla ballata dal tema: “Basta parlare del passato, il passato non c’entra nulla, è ora di finirla di trovare giustificazioni, il problema è solo: adesso cosa fare”; naturalmente il tutto viene proferito coerentemente tirando subito dopo in ballo dagli stessi il ’39 (quando, tra l’altro, non c’era in gioco la guerra atomica, e quindi dimenticandosi della prospettiva storica, scoperta di qualche secolo fa). Questo ultimo ritornello mi preoccupa un po’ di più. Qui c’è qualcosa di più profondo che c’entra poco con la guerra in Ucraina.

Ma il perché di qualcosa, santo cielo, secondo costoro, dove lo si vuole cercare se non in ciò che c’è stato prima? L’uomo vive in una robetta da nulla che viene chiamata ‘tempo’. Sulla base di quale ragionamento creativo si mette in contraddizione il ‘cosa fare’ con la ricerca delle spiegazioni che sono necessarie per capire proprio cosa fare? 

Se uno trovasse una pozza d’acqua sul pavimento, per risolvere il problema cosa farebbe? Immagino che, anche se ‘sull’onda dell’emotività’, per prima cosa cercherebbe di capire perché quella pozza si è creata. E il ‘perché’ dove lo cercherebbe? In quello che dovrebbe fare il giorno dopo o lo cercherebbe in qualcosa che è successo prima? Qualcuno ha versato l’acqua? Si è rotta una tubatura? Tutta roba di ‘prima’, non di ‘dopo’. 

L’essere umano è uscito dalle caverne grazie a questa abilità (che nega l’eterno presente) che lo ha differenziato dalle altre specie animali e lo ha fatto evolvere. È questo benedetto “perché” che oggi viene metodicamente attaccato come fosse eresia.

Qui non si deridono e si etichettano posizioni diverse dal pensiero dominante e basta, come era successo con il covid. Qui adesso si nega la domanda fondamentale: il ‘perché’, inteso come spiegazione. Il ‘perché’ non vuol dire ‘giustificazione’. Questo uso dei due vocaboli come sinonimi è un arbitrio doloso per impedire di esprimere la fondamentale caratteristica dell’essere umano.

In questo momento non c’è un confronto tra posizioni diverse, qui c’è chi vuole negare la fondatezza di quella che è la radice dell’essere umano. La ricerca di una spiegazione e di un perché. Questo rappresenta la frase in questione.

Che il pensiero dominante 2022 si stia manifestando come scontro tra il ‘perché’ e la caverna?

11.05.2022 Gianluca Pinto

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